Ci sono giorni in cui torni a casa pensando a cosa preparare per cena. E poi ci sono giorni in cui torni a casa con una diagnosi. Io, nella mia vita, ho imparato che una diagnosi non arriva mai da sola. Si porta dietro la paura, la rabbia, le domande, i sensi di colpa e una quantità di pensieri che, francamente, non avevo ordinato. La prima volta è stata Michelle. Aveva otto anni. Era una bambina bellissima, dolce, un po’ riservata ma anche molto socievole. Soprattutto con le signore anziane. Io la chiamavo la mia tiravecchiette, perché riusciva a conquistare praticamente chiunque avesse qualche anno in più. Poi, a otto anni, è arrivato il diabete. E insieme al diabete è arrivato anche un tumore al cervello, un Astrocitoma anaplastico di grado III. E lì, diciamocelo, non è che uno reagisce con grande eleganza. Io mi sono incazzata. Con la vita, con il mondo, con Dio. Mi sono chiesta perché proprio a lei, perché proprio a noi, e soprattutto perché sembrava che ogni volta che provavo a prendere fiato arrivasse qualcos’altro a togliermelo. Michelle ha fatto radioterapia e chemioterapia e per quasi un anno la nostra vita è stata praticamente dentro un ospedale. Rinchiuse. Perché non si poteva prendere nemmeno una stupida infezione. Una cosa che per gli altri era “ha un po’ di febbre” per noi poteva diventare un problema enorme. Quindi vivevamo lì. Ospedale, camera, corridoi, medici, terapie, controlli. Giorni che diventavano settimane e settimane che diventavano mesi. E io cercavo di tenere insieme tutto. Mia figlia, me stessa, la paura, la stanchezza. Il cervello, a un certo punto, credo avesse già presentato le dimissioni. Poi, quando finalmente pensi che forse puoi ricominciare a respirare, a dodici anni arriva la recidiva. E la paura torna. Non bussa nemmeno. Entra direttamente, si siede sul divano e si prende pure il telecomando. Michelle oggi è adulta ed è completamente guarita. E questa è la cosa più importante. Ma certe esperienze non spariscono semplicemente perché alla fine è andato tutto bene. Rimangono da qualche parte dentro di te. La mia paura, per esempio, si è scavata un cratere enorme. Praticamente l’Etna. Poi è arrivata Asia. Un’altra figlia. Un’altra bambina. Un’altra vita. E io, ingenuamente, pensavo che magari la vita, dopo tutto quello che avevamo passato, mi avrebbe lasciata respirare per un po’. Evidentemente non aveva letto il programma. Asia aveva due anni quando è arrivata la celiachia. A cinque anni è arrivato il diabete di tipo 1. Asia è diversa da Michelle. È piccola, porta gli occhiali, è dolcissima ma è anche molto più monella. Lei è quella che riesce a fare una cosa che le hai appena detto chiaramente di non fare e poi guardarti con una faccia talmente innocente che quasi ti viene da chiederle scusa tu. Quando è arrivata la diagnosi di diabete, però, io non ho sentito soltanto la parola “diabete”. Ho sentito Michelle. Otto anni. Dodici anni. L’ospedale. La radioterapia. La chemioterapia. La paura. Tutto insieme. Come se qualcuno avesse riaperto una porta che avevo chiuso a fatica. E io lo sapevo che non era la stessa storia. Il diabete di Asia non era il tumore di Michelle. Erano due cose diverse. Ma la paura non è famosa per essere razionale. La paura ha memoria. E la mia ne aveva parecchia. Dovevo quindi spiegare a una bambina di cinque anni che il suo corpo aveva bisogno di insulina. Che bisognava controllare la glicemia, guardare i numeri, contare i carboidrati, mettere un sensore, usare il microinfusore, fare correzioni. Insomma, a cinque anni lei imparava il diabete e io diventavo una specie di commercialista del glucosio senza aver mai fatto domanda per quel posto. Reperibilità ventiquattro ore su ventiquattro, nessuna pausa pranzo e nessuna possibilità di dire “oggi non sono disponibile”. Poi c’era la celiachia, che nel frattempo non era sparita da nessuna parte. Etichette, contaminazioni, merende, feste, ristoranti, briciole. A un certo punto ho iniziato a guardare una briciola sul tavolo come se fosse una prova di un delitto. “Questa da dove arriva?” E magari era solo una briciola. Ma ormai aveva perso ogni diritto alla presunzione d’innocenza. E nel frattempo io ero sempre io. Mamma. Mamma single. Lavoratrice. Caregiver. Donna. Quella che deve ricordarsi il sensore, l’insulina, la merenda senza glutine, la spesa, il lavoro, le bollette, la scuola, gli appuntamenti, le telefonate, i vestiti da lavare e magari anche di mangiare qualcosa ogni tanto. Perché il mondo, dopo una diagnosi, non si ferma. Ed è forse questa una delle cose più assurde. Tu puoi avere dentro un terremoto e fuori qualcuno ti sta chiedendo se hai già pagato la bolletta. La lavatrice continua a girare. Il telefono squilla. Il lavoro ti aspetta. La spesa non si fa da sola. E non puoi dire a qualcuno al supermercato: “Mi scusi, oggi ho avuto una giornata emotivamente devastante, può mettere lei il latte nel carrello?” No. Il latte lo devi comprare tu. E magari dentro hai Hiroshima, sei in mille pezzi, vorresti prendere a calci il mondo intero e qualcuno arriva con una domanda completamente normale. “Che facciamo stasera?” In certi momenti avrei voluto rispondere: “Non lo so. Magari sopravviviamo fino alle otto e poi vediamo.” Oppure dare una testata alla Zidane. Non perché fossi diventata violenta. Semplicemente perché certe domande, nel momento sbagliato, hanno un tempismo veramente discutibile. Ho quarantotto anni, in certe giornate, io me ne sento 80 di anni. Dipende dall’ora. Alle nove sono una donna adulta. Alle quattordici ho già l’esperienza di vita di una bisnonna. Alle ventidue, se qualcuno mi chiede “mamma, dov’è…?”, potrei tranquillamente lasciare il corpo e raggiungere un’altra dimensione. Eppure non sono una super mamma. Non mi interessa esserlo. Non ho mai avuto la mantellina e, se anche l’avessi avuta, probabilmente sarebbe finita in lavatrice insieme ai calzini. Sono una donna che ha avuto paura. Una donna che si è stancata. Una donna che si è incazzata con il mondo intero, con la vita, con le diagnosi e qualche volta pure Dio. Una donna che qualche volta ha pianto in bagno perché almeno lì, per cinque minuti, nessuno le chiedeva niente. Una mamma che ha dovuto continuare a lavorare mentre dentro aveva il terremoto. Una persona che avrebbe voluto, ogni tanto, preoccuparsi di cose normali. Di un appuntamento. Di un vestito. Di una cena con un’amica. Di uscire, ridere, sentirmi donna e non soltanto quella che sa quanti carboidrati ci sono in una fetta di pane. Perché io sono anche quella. E forse è proprio questo che ho dovuto ricordarmi: che oltre alle diagnosi delle mie figlie c’ero ancora io. Ho due figlie diverse, con due storie diverse, e sono la stessa madre in mezzo a entrambe. Michelle mi ha lasciato dentro una paura enorme, ma anche la prova che dopo certe cose si può tornare a vivere. Asia mi ha fatto capire che una ferita vecchia può riaprirsi anche quando pensavi di averla chiusa. E io, nel mezzo, ho imparato che non devo essere invincibile. Devo solo continuare. A volte con coraggio. A volte con rabbia. A volte ridendo per non piangere. A volte piangendo e basta. E quasi sempre con una lista della spesa in mano. Perché dopo tutto quello che abbiamo attraversato, dopo gli ospedali, le notti, i numeri, le paure e le giornate in cui avrei voluto mandare tutti a quel paese, c’è sempre qualcosa che mi riporta alla vita. Una bambina che mi chiama. Una risata. Un caffè. Una passeggiata. Una cena. Una lavatrice che, evidentemente, non ha alcun rispetto per i traumi emotivi. E una cosa banalissima che mi ricorda che sono ancora qui e che domani devo comprare il latte.