Questo è un post semplice. Ma semplice non lo è mai.

Pubblicato il 23 settembre 2026 alle ore 20:36

C'è una cosa che noi donne facciamo fatica a dire. Io, per esempio, ci ho messo parecchio tempo. A volte mi rompo le palle di essere mamma. Ecco. L'ho detto. Non dei miei figli. Non di loro. Mai di loro. Mi rompo le palle di essere quella che deve essere mamma ventiquattro ore al giorno. Quella che deve ricordarsi tutto. Quella che deve organizzare tutto. Quella che deve pensare a cosa manca in frigorifero mentre magari ha già la testa piena di altre ventisette cose. Quella che lavora, torna a casa, prepara, sistema, controlla, risponde, ascolta, accompagna, risolve. Quella che quando succede qualcosa non può semplicemente dire: “Vabbè, vediamo domani.” Perché magari domani c'è già qualcos'altro. E quando sei una mamma single, spesso non esiste il plurale. Non esiste quel “ci pensiamo”. Esiste “ci penso io”. E certe volte quel “io” pesa come un armadio da quattro ante da portare su per le scale senza ascensore. Io amo le mie figlie in un modo che non so nemmeno raccontare. È un amore che non entra nelle frasi belle. Non ci sta. È troppo grande. È viscerale, irruento, quasi fisico. È un vulcano. Un terremoto. È quella cosa che ti prende allo stomaco e ti fa pensare che, se servisse, prenderesti il mondo intero a mani nude. È un amore talmente grande che non riesci nemmeno a misurarlo. E proprio per questo posso dirlo: qualche volta sono stanca di essere mamma. Non di essere la loro mamma. Sono stanca del ruolo. Della responsabilità. Del dover essere sempre quella adulta della situazione. Perché a volte io non mi sento affatto adulta. A volte mi sento una che vorrebbe sdraiarsi per terra e dire: “Basta. Oggi non risolvo niente.” E qualche volta l'ho fatto. Mi sono seduta in mezzo al pavimento e ho pianto. Non perché non amassi le mie figlie. Piangevo perché ero stanca. Stanca davvero. Di quelle stanchezze che non si risolvono con una notte di sonno. Quelle che ti arrivano fino alle ossa. E poi ci sono i giorni in cui guardo i piatti nel lavello e penso: “Sai che c'è? Pazienza. Li laverò domani.” E non succede niente. Il mondo non finisce. Nessuno viene a ritirarmi la patente di mamma. La casa non crolla. I piatti aspettano. E forse dovremmo dircelo più spesso: non siamo supereroine. Siamo donne. Donne che amano i propri figli da impazzire e contemporaneamente, qualche volta, hanno voglia di non sentire pronunciare la parola “mamma” per almeno tre ore. E non c'è niente di sbagliato. Perché l'amore per un figlio e la fatica della maternità possono stare nello stesso corpo. Possono convivere perfettamente. Puoi guardare tuo figlio dormire e pensare che non esista niente di più meraviglioso al mondo e, dodici ore dopo, essere seduta sul pavimento della cucina a chiederti perché cazzo sei tu quella che deve sapere dove sono le forbici, quando scade la bolletta e cosa c'è per cena. Le due cose non si cancellano. Anzi. Forse è proprio questa la parte che nessuno ci racconta. La maternità non è soltanto l'amore. È anche il peso di tutto quello che viene insieme all'amore. E quel peso, qualche volta, è enorme. Soprattutto quando lo porti quasi sempre da sola. Io non voglio essere una supermamma. Non voglio essere quella donna che riesce a fare tutto con il sorriso, la casa perfetta, i figli felici, il lavoro impeccabile e magari pure i capelli in ordine. Se esiste, tanto di cappello. Io no. Io sono quella che qualche volta mangia in piedi. Quella che rimanda i piatti. Quella che si dimentica qualcosa. Quella che si siede per terra. Quella che piange. Quella che dice “non ce la faccio più” e poi, cinque minuti dopo, si alza. Non perché sia invincibile. Perché qualcuno ha bisogno di lei. E questa è una differenza enorme. Non siamo eroine. Siamo madri. E forse sarebbe ora di smettere di chiedere alle madri di essere eroine per poter essere considerate brave madri. Una brava madre può essere stanca. Può essere arrabbiata. Può avere bisogno di stare sola. Può lasciare i piatti nel lavello. Può avere una giornata di merda. Può piangere. Può dire basta. E può amare i propri figli con una forza che non ha niente a che vedere con quanto riesce a fare in una giornata. Perché l'amore non si misura in lavatrici fatte, pasti preparati, appuntamenti ricordati o problemi risolti. L'amore è lì. Enorme. Indomabile. Quasi spaventoso per quanto è grande. E tutto il resto, qualche volta, può aspettare. Anche i piatti.