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Qui trovi quello che ho voglia di raccontarti: idee, consigli, ispirazioni, esperienze, progetti, cose che funzionano e altre che ho imparato rigorosamente a mie spese. Perché la mia vita è glamour. A modo mio, naturalmente. Glitterata, incasinata, qualche volta decisamente fuori controllo, ma pur sempre glitterata.
Parlo di quello che faccio, dei servizi che propongo, del mondo digitale, dei social, dei contenuti e di tutto quello che succede dietro le quinte. Perché dietro la vetrina non trovi sempre ordine, candele profumate e una donna con la situazione perfettamente sotto controllo. A volte trovi me, una tazza di caffè, tre idee contemporaneamente e una quantità discutibile di cose da sistemare.
Troverai consigli, informazioni, esperienze, riflessioni e qualche opinione non richiesta. Non perché io abbia tutte le risposte. Anzi. Diciamo che ho accumulato abbastanza esperienza da sapere almeno quali cazzate evitare. E già non è poco.
Non troverai formule magiche, strategie miracolose o il solito “diventa la versione migliore di te in 7 giorni”. Se avessi trovato il segreto della vita perfetta, probabilmente sarei alle Maldive, con un cocktail in mano e il telefono spento. E invece eccomi qui.
Io preferisco la vita vera: quella con i progetti bellissimi e quelli venuti una mememe, le giornate in cui ti senti una figa pazzesca e quelle in cui ti guardi allo specchio e pensi “vabbè, oggi facciamo che non ci conosciamo”.
Perché secondo me si può essere cazzute senza fare le dure. Si può essere indipendenti e avere bisogno di qualcuno. Si può avere una giornata di mememe, e non trasformarla in una lezione di crescita personale. Si può ridere, piangere, ricominciare, mandare qualcuno a quel paese e poi offrirgli pure un caffè.
Questo blog è anche questo: il mio modo di mettere insieme lavoro, vita, idee, donne, progetti, errori, desideri e tutto quello che succede nel mezzo. Senza troppi filtri e senza quella patina di perbenismo che ci fa sembrare tutti molto più sistemati di quanto siamo davvero.
Gli articoli arrivano quando ho qualcosa da raccontare, da condividere o semplicemente da dire. E quando mi viene una buona idea, tranquilli: prima o poi arriva anche qui.
Quindi entra, curiosa, leggi quello che ti va e prenditi ciò che può esserti utile.
Il resto lascialo pure qui.
Io intanto continuo a vivere la mia vita: glamour, incasinata, glitterata e rigorosamente a modo mio.

Un weekend con una community che parla la nostra stessa lingua. ❤️

Questo fine settimana sono stata con Asia al ritiro dell’associazione diabetica.Tre giorni in montagna insieme ad altre famiglie che, come noi, hanno il diabete dentro la propria quotidianità.E ogni volta penso che sia difficile spiegare davvero cosa significa vivere con il diabete di tipo 1 quando non lo vivi sulla tua pelle.Perché il diabete non va in ferie.Non dorme quando dormi tu.Non aspetta il momento giusto.Ci sono le ipoglicemie, le iperglicemie, i sensori da controllare, l’insulina, i carboidrati da contare, i risvegli notturni, le correzioni, le visite, gli esami, i controlli medici durante l’anno e quella parte di cervello che, anche quando vorresti semplicemente dormire, continua a controllare.“Come sta la glicemia?”“Quanto è?”“Sta salendo?”“Sta scendendo?”“Devo correggere?”È una presenza costante.E io, da mamma single, questa cosa la sento ancora di più.Perché quando sei tu quella che deve esserci, quella che controlla, quella che decide, quella che si sveglia, quella che si preoccupa e quella che deve mantenere la calma anche quando dentro vorresti urlare… alla fine ti ritrovi a vivere con una parte di te sempre in allerta.Io faccio tutto quello che posso perché Asia stia bene.Perché il diabete non le faccia male fisicamente.Perché non le porti via pezzi di infanzia.Perché non si senta diversa, limitata o definita dalla sua malattia.E perché, oltre al corpo, stia bene anche dentro.Perché c’è una cosa che a volte dimentichiamo: un bambino con il diabete non ha bisogno soltanto di insulina e controlli.Ha bisogno di giocare.Di ridere.Di sentirsi libero.Di fare casino.Di essere semplicemente un bambino.E io voglio fare tutto quello che posso perché Asia possa avere tutto questo.Questo fine settimana, però, è successo qualcosa di bello anche a me.Ho incontrato genitori nuovi, ho ritrovato amici, ho visto bambini giocare insieme e ho condiviso momenti con persone che conoscono esattamente quel tipo di stanchezza che non devi nemmeno spiegare.Abbiamo fatto formazione, attività con i bambini, momenti solo noi genitori, incontri con la psicologa, formazione medica, giochi, passeggiate, colazioni, pranzi e cene tutti insieme.Abbiamo parlato del diabete, certo.Ma abbiamo parlato anche di noi.Delle nostre paure.Delle nostre fatiche.Delle notti.Delle preoccupazioni.Di quelle cose che magari fuori da qui sembrano piccole, ma per chi vive questa realtà possono pesare tantissimo.E la cosa più bella è stata proprio questa: per tre giorni non ho dovuto spiegare.Non ho dovuto raccontare perché mi sveglio di notte.Non ho dovuto spiegare perché guardo un numero sul telefono con il cuore in gola.Non ho dovuto giustificare una preoccupazione che magari agli altri sembra esagerata.Loro capivano.Perché ci sono dentro anche loro.E allora ho pensato che forse questi momenti servono anche a questo.A ricordarci che non siamo sole.Che possiamo essere stanche.Possiamo avere paura.Possiamo ridere delle cose assurde che solo chi vive il diabete può capire.Possiamo parlare seriamente e cinque minuti dopo ridere come sceme.Possiamo sostenerci senza dover fare finta di essere forti sempre.Io non so cosa ci aspetterà negli anni che verranno.So soltanto che continuerò a fare tutto quello che posso per Asia.A monitorare.A imparare.A preoccuparmi, anche troppo.A volte a sbagliare.A volte a piangere.A volte a dire “non ce la faccio più” e poi, puntualmente, rifarlo il giorno dopo.Perché sono sua mamma.E perché prima ancora di essere una mamma che gestisce il diabete, sono una mamma che vuole vedere sua figlia crescere, stare bene, ridere, innamorarsi della vita e sentirsi libera di essere esattamente quella che è.Questo fine settimana mi ha ricordato una cosa importante.Il diabete fa parte della nostra vita.Ma non è tutta la nostra vita.E sapere di avere accanto persone che capiscono questo senza che io debba spiegare ogni volta… vale tantissimo. ❤️

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Questo è un post semplice. Ma semplice non lo è mai.

C'è una cosa che noi donne facciamo fatica a dire. Io, per esempio, ci ho messo parecchio tempo. A volte mi rompo le palle di essere mamma. Ecco. L'ho detto. Non dei miei figli. Non di loro. Mai di loro. Mi rompo le palle di essere quella che deve essere mamma ventiquattro ore al giorno. Quella che deve ricordarsi tutto. Quella che deve organizzare tutto. Quella che deve pensare a cosa manca in frigorifero mentre magari ha già la testa piena di altre ventisette cose. Quella che lavora, torna a casa, prepara, sistema, controlla, risponde, ascolta, accompagna, risolve. Quella che quando succede qualcosa non può semplicemente dire: “Vabbè, vediamo domani.” Perché magari domani c'è già qualcos'altro. E quando sei una mamma single, spesso non esiste il plurale. Non esiste quel “ci pensiamo”. Esiste “ci penso io”. E certe volte quel “io” pesa come un armadio da quattro ante da portare su per le scale senza ascensore. Io amo le mie figlie in un modo che non so nemmeno raccontare. È un amore che non entra nelle frasi belle. Non ci sta. È troppo grande. È viscerale, irruento, quasi fisico. È un vulcano. Un terremoto. È quella cosa che ti prende allo stomaco e ti fa pensare che, se servisse, prenderesti il mondo intero a mani nude. È un amore talmente grande che non riesci nemmeno a misurarlo. E proprio per questo posso dirlo: qualche volta sono stanca di essere mamma. Non di essere la loro mamma. Sono stanca del ruolo. Della responsabilità. Del dover essere sempre quella adulta della situazione. Perché a volte io non mi sento affatto adulta. A volte mi sento una che vorrebbe sdraiarsi per terra e dire: “Basta. Oggi non risolvo niente.” E qualche volta l'ho fatto. Mi sono seduta in mezzo al pavimento e ho pianto. Non perché non amassi le mie figlie. Piangevo perché ero stanca. Stanca davvero. Di quelle stanchezze che non si risolvono con una notte di sonno. Quelle che ti arrivano fino alle ossa. E poi ci sono i giorni in cui guardo i piatti nel lavello e penso: “Sai che c'è? Pazienza. Li laverò domani.” E non succede niente. Il mondo non finisce. Nessuno viene a ritirarmi la patente di mamma. La casa non crolla. I piatti aspettano. E forse dovremmo dircelo più spesso: non siamo supereroine. Siamo donne. Donne che amano i propri figli da impazzire e contemporaneamente, qualche volta, hanno voglia di non sentire pronunciare la parola “mamma” per almeno tre ore. E non c'è niente di sbagliato. Perché l'amore per un figlio e la fatica della maternità possono stare nello stesso corpo. Possono convivere perfettamente. Puoi guardare tuo figlio dormire e pensare che non esista niente di più meraviglioso al mondo e, dodici ore dopo, essere seduta sul pavimento della cucina a chiederti perché cazzo sei tu quella che deve sapere dove sono le forbici, quando scade la bolletta e cosa c'è per cena. Le due cose non si cancellano. Anzi. Forse è proprio questa la parte che nessuno ci racconta. La maternità non è soltanto l'amore. È anche il peso di tutto quello che viene insieme all'amore. E quel peso, qualche volta, è enorme. Soprattutto quando lo porti quasi sempre da sola. Io non voglio essere una supermamma. Non voglio essere quella donna che riesce a fare tutto con il sorriso, la casa perfetta, i figli felici, il lavoro impeccabile e magari pure i capelli in ordine. Se esiste, tanto di cappello. Io no. Io sono quella che qualche volta mangia in piedi. Quella che rimanda i piatti. Quella che si dimentica qualcosa. Quella che si siede per terra. Quella che piange. Quella che dice “non ce la faccio più” e poi, cinque minuti dopo, si alza. Non perché sia invincibile. Perché qualcuno ha bisogno di lei. E questa è una differenza enorme. Non siamo eroine. Siamo madri. E forse sarebbe ora di smettere di chiedere alle madri di essere eroine per poter essere considerate brave madri. Una brava madre può essere stanca. Può essere arrabbiata. Può avere bisogno di stare sola. Può lasciare i piatti nel lavello. Può avere una giornata di merda. Può piangere. Può dire basta. E può amare i propri figli con una forza che non ha niente a che vedere con quanto riesce a fare in una giornata. Perché l'amore non si misura in lavatrici fatte, pasti preparati, appuntamenti ricordati o problemi risolti. L'amore è lì. Enorme. Indomabile. Quasi spaventoso per quanto è grande. E tutto il resto, qualche volta, può aspettare. Anche i piatti.

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DOMANI DEVO COMPRARE IL LATTE

Ci sono giorni in cui torni a casa pensando a cosa preparare per cena. E poi ci sono giorni in cui torni a casa con una diagnosi. Io, nella mia vita, ho imparato che una diagnosi non arriva mai da sola. Si porta dietro la paura, la rabbia, le domande, i sensi di colpa e una quantità di pensieri che, francamente, non avevo ordinato. La prima volta è stata Michelle. Aveva otto anni. Era una bambina bellissima, dolce, un po’ riservata ma anche molto socievole. Soprattutto con le signore anziane. Io la chiamavo la mia tiravecchiette, perché riusciva a conquistare praticamente chiunque avesse qualche anno in più. Poi, a otto anni, è arrivato il diabete. E insieme al diabete è arrivato anche un tumore al cervello, un Astrocitoma anaplastico di grado III. E lì, diciamocelo, non è che uno reagisce con grande eleganza. Io mi sono incazzata. Con la vita, con il mondo, con Dio. Mi sono chiesta perché proprio a lei, perché proprio a noi, e soprattutto perché sembrava che ogni volta che provavo a prendere fiato arrivasse qualcos’altro a togliermelo. Michelle ha fatto radioterapia e chemioterapia e per quasi un anno la nostra vita è stata praticamente dentro un ospedale. Rinchiuse. Perché non si poteva prendere nemmeno una stupida infezione. Una cosa che per gli altri era “ha un po’ di febbre” per noi poteva diventare un problema enorme. Quindi vivevamo lì. Ospedale, camera, corridoi, medici, terapie, controlli. Giorni che diventavano settimane e settimane che diventavano mesi. E io cercavo di tenere insieme tutto. Mia figlia, me stessa, la paura, la stanchezza. Il cervello, a un certo punto, credo avesse già presentato le dimissioni. Poi, quando finalmente pensi che forse puoi ricominciare a respirare, a dodici anni arriva la recidiva. E la paura torna. Non bussa nemmeno. Entra direttamente, si siede sul divano e si prende pure il telecomando. Michelle oggi è adulta ed è completamente guarita. E questa è la cosa più importante. Ma certe esperienze non spariscono semplicemente perché alla fine è andato tutto bene. Rimangono da qualche parte dentro di te. La mia paura, per esempio, si è scavata un cratere enorme. Praticamente l’Etna. Poi è arrivata Asia. Un’altra figlia. Un’altra bambina. Un’altra vita. E io, ingenuamente, pensavo che magari la vita, dopo tutto quello che avevamo passato, mi avrebbe lasciata respirare per un po’. Evidentemente non aveva letto il programma. Asia aveva due anni quando è arrivata la celiachia. A cinque anni è arrivato il diabete di tipo 1. Asia è diversa da Michelle. È piccola, porta gli occhiali, è dolcissima ma è anche molto più monella. Lei è quella che riesce a fare una cosa che le hai appena detto chiaramente di non fare e poi guardarti con una faccia talmente innocente che quasi ti viene da chiederle scusa tu. Quando è arrivata la diagnosi di diabete, però, io non ho sentito soltanto la parola “diabete”. Ho sentito Michelle. Otto anni. Dodici anni. L’ospedale. La radioterapia. La chemioterapia. La paura. Tutto insieme. Come se qualcuno avesse riaperto una porta che avevo chiuso a fatica. E io lo sapevo che non era la stessa storia. Il diabete di Asia non era il tumore di Michelle. Erano due cose diverse. Ma la paura non è famosa per essere razionale. La paura ha memoria. E la mia ne aveva parecchia. Dovevo quindi spiegare a una bambina di cinque anni che il suo corpo aveva bisogno di insulina. Che bisognava controllare la glicemia, guardare i numeri, contare i carboidrati, mettere un sensore, usare il microinfusore, fare correzioni. Insomma, a cinque anni lei imparava il diabete e io diventavo una specie di commercialista del glucosio senza aver mai fatto domanda per quel posto. Reperibilità ventiquattro ore su ventiquattro, nessuna pausa pranzo e nessuna possibilità di dire “oggi non sono disponibile”. Poi c’era la celiachia, che nel frattempo non era sparita da nessuna parte. Etichette, contaminazioni, merende, feste, ristoranti, briciole. A un certo punto ho iniziato a guardare una briciola sul tavolo come se fosse una prova di un delitto. “Questa da dove arriva?” E magari era solo una briciola. Ma ormai aveva perso ogni diritto alla presunzione d’innocenza. E nel frattempo io ero sempre io. Mamma. Mamma single. Lavoratrice. Caregiver. Donna. Quella che deve ricordarsi il sensore, l’insulina, la merenda senza glutine, la spesa, il lavoro, le bollette, la scuola, gli appuntamenti, le telefonate, i vestiti da lavare e magari anche di mangiare qualcosa ogni tanto. Perché il mondo, dopo una diagnosi, non si ferma. Ed è forse questa una delle cose più assurde. Tu puoi avere dentro un terremoto e fuori qualcuno ti sta chiedendo se hai già pagato la bolletta. La lavatrice continua a girare. Il telefono squilla. Il lavoro ti aspetta. La spesa non si fa da sola. E non puoi dire a qualcuno al supermercato: “Mi scusi, oggi ho avuto una giornata emotivamente devastante, può mettere lei il latte nel carrello?” No. Il latte lo devi comprare tu. E magari dentro hai Hiroshima, sei in mille pezzi, vorresti prendere a calci il mondo intero e qualcuno arriva con una domanda completamente normale. “Che facciamo stasera?” In certi momenti avrei voluto rispondere: “Non lo so. Magari sopravviviamo fino alle otto e poi vediamo.” Oppure dare una testata alla Zidane. Non perché fossi diventata violenta. Semplicemente perché certe domande, nel momento sbagliato, hanno un tempismo veramente discutibile. Ho quarantotto anni, in certe giornate, io me ne sento 80 di anni. Dipende dall’ora. Alle nove sono una donna adulta. Alle quattordici ho già l’esperienza di vita di una bisnonna. Alle ventidue, se qualcuno mi chiede “mamma, dov’è…?”, potrei tranquillamente lasciare il corpo e raggiungere un’altra dimensione. Eppure non sono una super mamma. Non mi interessa esserlo. Non ho mai avuto la mantellina e, se anche l’avessi avuta, probabilmente sarebbe finita in lavatrice insieme ai calzini. Sono una donna che ha avuto paura. Una donna che si è stancata. Una donna che si è incazzata con il mondo intero, con la vita, con le diagnosi e qualche volta pure Dio. Una donna che qualche volta ha pianto in bagno perché almeno lì, per cinque minuti, nessuno le chiedeva niente. Una mamma che ha dovuto continuare a lavorare mentre dentro aveva il terremoto. Una persona che avrebbe voluto, ogni tanto, preoccuparsi di cose normali. Di un appuntamento. Di un vestito. Di una cena con un’amica. Di uscire, ridere, sentirmi donna e non soltanto quella che sa quanti carboidrati ci sono in una fetta di pane. Perché io sono anche quella. E forse è proprio questo che ho dovuto ricordarmi: che oltre alle diagnosi delle mie figlie c’ero ancora io. Ho due figlie diverse, con due storie diverse, e sono la stessa madre in mezzo a entrambe. Michelle mi ha lasciato dentro una paura enorme, ma anche la prova che dopo certe cose si può tornare a vivere. Asia mi ha fatto capire che una ferita vecchia può riaprirsi anche quando pensavi di averla chiusa. E io, nel mezzo, ho imparato che non devo essere invincibile. Devo solo continuare. A volte con coraggio. A volte con rabbia. A volte ridendo per non piangere. A volte piangendo e basta. E quasi sempre con una lista della spesa in mano. Perché dopo tutto quello che abbiamo attraversato, dopo gli ospedali, le notti, i numeri, le paure e le giornate in cui avrei voluto mandare tutti a quel paese, c’è sempre qualcosa che mi riporta alla vita. Una bambina che mi chiama. Una risata. Un caffè. Una passeggiata. Una cena. Una lavatrice che, evidentemente, non ha alcun rispetto per i traumi emotivi. E una cosa banalissima che mi ricorda che sono ancora qui e che  domani devo comprare il latte.

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